13 settembre 2015

Match Point

Non amo molto il tennis come sport, a me piace lo sport. Mi piacciono le sfide e  quando la sfida serve a raggiungere un obiettivo io sono sempre lì in prima fila a tifare e a commuovermi.

Sì lo ammetto sono di lacrima facile. Non ci posso fare niente, mi immedesimo negli atleti.


Ieri sera ho visto la finale: due italiane che si contendevano una zuccheriera gigante (non è mia la definizione, perdonatemi). Due ragazze, due amiche che si apprestavano a giocare la partita della vita. La partita che difficilmente riusciranno a giocare una seconda volta.

Mio figlio ha capito che mi doveva lasciare stare ed è andato a vedere la tv in cucina, mio marito è rimasto (ma a lui il tennis piace proprio come sport).

Un po' di attesa e la partita è cominciata. E io, non sapendo per chi tifare e pur sapendo che una era sicuramente più forte per l'altra, ho tifato per entrambe e ho gioito a ogni loro singolo punto. Praticamente, per me, ieri sera non c'erano avversari da battere ma atleti che si giocavano un sogno.

La serata non è andata del tutto liscia. Ho dovuto leggere un libro, sedare un attacco di gelosia di mio figlio che con i lacrimoni mi diceva che non gli volevo abbastanza bene perché non gli facevo sufficienti coccole. Va beh, cose che si sono risolte con un bacio e un abbraccio.


La partita è continuata e ha preso la sua piega. Non si può finire in parità, qualcuno deve vincere. Però si può perdere con onore e si può festeggiare una sconfitta perché caspiterina arrivare secondi agli US Open non è per niente un disonore.

La partita è finita: Mach point, mi sussurra mio marito nell'orecchi, mach point sussurra la tv a volume quasi azzerato (perché ora mi ci manca solo che mio figlio si svegli per il rumore della televisione). Non capisco cosa succede. Il tennis è uno sport veloce se non sei allenato è difficile da seguire. Però vedo la gioia, una racchetta volare in aria, la corsa verso l'amica avversaria per un lungo e felice abbraccio. Vedo una gioia condivisa. Il coronamento di anni di lavoro, di palle perse, di punti fatti, di sacrifici che, come dicevano i fratelli Abbagnale non sono mai sacrifici ai tuoi occhi nel momento in cui decidi di farli  (lo sport è lo sport e certe cose valgono per tutti).

E io mi sono sciolta, come sapevo che sarebbe successo, come mi succede sempre in questi casi.

Mio marito voleva spegnere la tv, che la partita era finita. Gli ho praticamente rubato il telecomando. C'erano ancora la premiazione e le interviste. L'ho convinto.

Per fare ancora meno rumore ci siamo avvicinati allo schermo e abbiamo sentito le interviste.

E l'emozione è stata ancora più forte e ho dato ragione a Flavia Pennetta quando ha detto che dopo questa vittoria, per lei ci sarebbero stati altri progetti. Lo ha detto in inglese il senso era (scusate se interpreto): qui ho vinto e questo stadio, questo pubblico, non mi rivedrà più.

Ecco io penso, ne sono convinta, che lo sport sia  metafora della vita. Che dopo ogni sconfitta, ogni pallonata presa ci si debba rialzare più forti e grintosi di prima. Che ognuno di noi è forte dentro e che arrivare secondi, l'importante è impegnarsi, e fare tutto il possibile per vincere. E, se la vittoria non dovesse arrivare, rimarrà la determinazione e la forza di averci provato con tutte le forze.

2 commenti:

  1. Assolutamente d'accordo, Margherita. L'importante è dare il meglio di noi stessi!!!
    Il problema è .... ci riusciamo?

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    Risposte
    1. Certo che ci riusciamo! il solo impegno che mettiamo per riuscirci è già una vittoria.

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